sabato 15 settembre 2012

Proteste nel mondo musulmano, quanto conta l'elemento socio-economico?

Dopo giorni di proteste in diverse capitali del mondo arabo e musulmano contro l'ignobile video "L'innocenza dei musulmani" rompo il mio lungo silenzio sul blog per condividere alcune riflessioni e domande che da tempo mi girano per la testa e che i fatti degli ultimi giorni hanno solo confermato.
I temi sono tanti e quindi cercherò di essere più schematica possibile.

Innanzitutto, il solito mal di stomaco (per usare un eufemismo) che mi provoca leggere i giornali o ascoltare i telegiornali nostrani. Ne avevo parlato tempo fa a proposito dei titoli su alcuni attacchi a comunità cristiane in Nigeria e Kenia, avvenuti in contemporanea solo casualmente. Lo stesso tipo di ragionamento vale ora, per i titoli di questi giorni sulla "furia islamica". Non voglio dilungarmi, preferisco rimandare al post di oggi di Paola Caridi, sul suo blog Invisible Arabs, che condivido fin nelle virgole.

lunedì 9 luglio 2012

Happy birthday, South Sudan!

Celebrazioni per l'indipendenza, Juba, 9 luglio 2011 (foto J. Vieira)
E' passato un anno. Un anno dai caroselli di macchine nella notte di Juba, dalle celebrazioni per la proclamazione dell'indipendenza alla presenza della comunità internazionale e dei rappresentanti di tutte le forze politiche sudanesi, a iniziare dallo Ncp e dal presidente Bashir, dalla festa liberatoria e orgogliosa di un popolo felice di aver finalmente raggiunto l'obiettivo che ha orientato la lotta durata decenni.

Non è stato un anno facile, per niente. In parte c'era da aspettarselo, tutti sapevano che l'ultimo arrivato della comunità internazionale nasceva con standard di sviluppo bassissimi, sfide umanitarie, economiche e sociali da far tremare i polsi e una serie di questioni ancora aperte con il Sudan.

mercoledì 27 giugno 2012

#SudanRevolts, un primo bilancio

Siamo al dodicesimo giorno di proteste in Sudan. Dodici giorni di fila, senza sosta, anche se i numeri di persone scese per le strade nel cuore del paese rappresentato dalle "Tre Città" di Khartoum, Omdurman e Khartoum Nord (Bahri), ma anche a Port Sudan, El Obeid, Medani e Gedaref, non sono stati sempre costanti. Nel mio precedente post, scritto in viaggio dall'iPhone per dare la notizia del fermo della corrispondente di Bloomberg, l'egiziana Salma al-Wardani, e della giornalista, blogger e attivista sudanese Maha al-Sanusi, avevo detto che #SudanRevolts era al quarto giorno. Ma non avevo spiegato come e quando era iniziato: il 16 giugno le studentesse dell'università di Khartoum sono scese per le strade in una protesta un po' improvvisata contro le misure di austerità - in particolare la cancellazione dei prezzi calmierati per zucchero e carburanti - decise dal governo per salvare dalla bancarotta l'economia sudanese, messa in ginocchio dalla perdita delle risorse petrolifere rimaste all'interno dei confini del Sud Sudan, dall'interruzione della produzione petrolifera del paese ex fratello e dalle spese, ingenti, per mantenere in piedi un'amministrazione barocca, un sistema clientelare molto ramificato e le guerre in Darfur, Kordofan meridionale e Nilo Azzurro.

giovedì 21 giugno 2012

#SudanRevolts, giornaliste arrestate

È stato Twitter a dare la notizia: la giornalista, attivista e blogger Maha al-Sanoussi, @MimzicalMimz, è stata arrestata stamattina davanti all'università di Khartoum. Assieme a lei, la corrispondente di Bloomberg in Sudan, l'egiziana Salma al-Wardani. L'ultimo tweet di Maha è quello che annunciava di essere stata fermata dai servizi segreti di Khartoum, il NISS. Da allora nessun'altra notizia. I tweeps sudanesi si stanno mobilitando. E lo stesso stanno facendo gli egiziani, sia perché già da ieri hanno iniziato a twittare #SudanRevolts, sia per capire quali saranno le sorti della giornalista di Bloomberg. Al quarto giorno di manifestazioni studentesche a Khartoum e in altre città,forse le notizie sudanesi riusciranno ad arrivare ai media internazionali.

lunedì 18 giugno 2012

Scontri di religione in Nigeria?

Per l'ennesima domenica consecutiva, Boko Haram ha preso di mira chiese cristiane in diverse città della Nigeria. L'approccio dei media italiani è quello di cui ho già parlato, anche se ieri qualche nuova sfumatura nei servizi di qualche tg l'ho sentita. Ma l'articolo che ho apprezzato di più, e che vi consiglio, è quello scritto oggi su Panorama.it da Anna Mazzone: un'intervista al vescovo cattolico nigeriano Matthew Man-Oso Ndagoso, che dice senza mezzi termini che non di guerra di religione si tratta.
Sempre oggi, l'ISPI ha pubblicato un suo dossier sul fattore religioso in Africa, per il quale ho riadattato il post sui media italiani di qualche settimana fa. Gli spunti interessanti per una riflessione più seria e meno "di pancia" non mancano di certo. 

mercoledì 30 maggio 2012

Taylor condannato: che significa per l'Africa?

Charles Taylor, ex leader ribelle ed ex presidente della Liberia, è stato condannato a 50 anni di carcere. Una pena lunghissima, che equivale di fatto a un ergastolo (Taylor ha 64 anni) e che i giudici del Tribunale speciale per la Sierra Leone hanno deciso essere la più giusta per un ex capo di stato ritenuto colpevole di correità nei crimini di guerra e contro l'umanità commessi dai ribelli del RUF durante la guerra civile in Sierra Leone, negli anni Novanta.

Già a fine aprile, quando i giudici dell'Aja l'avevano giudicato colpevole, molti commentatori e i gruppi per la tutela dei diritti umani avevano salutato la decisione come precedente di portata storica, perché la condanna di Taylor avrebbe avuto il senso di un messaggio ad altri dittatori e perpetratori di crimini contro l'umanità: per quanto potenti possiate essere, prima o poi potrete dover rispondere dei crimini che avete commesso.

E' veramente così? A mio parere, sì. Ma potrebbe non essere solo ed esclusivamente un bene, almeno nell'immediatezza di una guerra civile e della necessità di porvi fine.

venerdì 18 maggio 2012

Piogge ed emergenze umanitarie


Le piogge sono in arrivo, in alcune zone sono già cominciate. E per i prossimi sei mesi trasformeranno migliaia di chilometri quadrati di terreni aridi in fango e paludi, in molti casi impercorribili. Un ambiente difficile in ogni caso, ma che nelle regioni di confine tra Sudan e Sud Sudan rischia di peggiorare drammaticamente una situazione già molto critica dal punto di vista umanitario. Gli appelli all'azione – rapida, incisiva – si susseguono da giorni. Andando tutti nella stessa direzione: con le piogge, è possibile che una carestia già all'orizzonte diventi realtà, che le operazioni di emergenza delle organizzazioni internazionali, governative e non, vengano pesantemente rallentate se non fermate del tutto e che quindi il numero di persone in situazione di gravissimo disagio cresca a dismisura. 

domenica 29 aprile 2012

L'Africa e la stampa italiana


Siamo alle solite. "Africa, attacchi contro i cristiani", "Africa, nuova offensiva contro i cristiani" e "Africa, bombe contro i cristiani" sono gli attuali titoli di apertura dei principali quotidiani italiani, come si vede dalle immagini. Onestamente mi sembrano vergognosi. A leggerli, di primo acchito vien da pensare che le comunità cristiane di ogni denominazione, ordine e grado siano sotto attacco in tutto il continente, quasi un'offensiva coordinata contro le Chiese dal Mediterraneo al Capo di Buona Speranza. Invece si tratta di attacchi diversi per modalità e ampiezza (una bomba sotto un altare, pare, in una chiesa di Nairobi, in Kenia, e spari durati a lungo durante la messa in un campus universitario a Kano, nel nord della Nigeria), accaduti a diverse migliaia di chilometri di distanza, che potrebbero avere matrici politiche - naturalmente diverse - ma potrebbero anche essere stati causati da altro (pensate alle varie carneficine nei campus universitari negli States...).

lunedì 23 aprile 2012

Sud Sudan, bombe su Unity

Sono stata qualche giorno offline. Vedere le notizie sudanesi oggi è stato quantomai frustrante e preoccupante. Sono stati giorni intensi, di scambi di accuse, di toni sempre più accesi da entrambe le parti - il presidente Bashir si è lasciato andare a epiteti particolarmente spiacevoli nei confronti dei sud-sudanesi e dello Splm in particolare, che hanno fatto i titoli dei giornali (stranieri) -, di una guerra che è ormai realtà. Non è detto che sia a tutti gli effetti una guerra vera e propria che continuerà per anni, ma gli eventi delle ultime settimane non possono essere chiamati altrimenti.

REUTERS/Goran Tomasevic
Per la cronaca, Heglig è tornata sotto il controllo delle Saf. Secondo Khartoum perché l'esercito sudanese è riuscito a cacciare lo Spla entro i confini del Sud, secondo Juba perché la leadership sud-sudanese ha deciso di ritirarsi in buon ordine, come richiesto dalla comunità internazionale.

mercoledì 18 aprile 2012

Un nuovo fronte?

Reuters e BBC riportano la notizia di scontri tra Spla e Saf sulla strada tra Aweil, capitale dello stato sud-sudanese del Bahr al-Ghazal occidentale, e Meiram, nello stato sudanese del Darfur meridionale. Di nuovo zona di confine, inevitabilmente, ma questa volta non ci sono in gioco gli interessi economici e strategici che invece ci sono nei campi petroliferi di Heglig e Unity. Pare che lo scontro a fuoco sia stato causato dall'uccisione di un soldato sud-sudanese che stava andando a raccogliere l'acqua.

Questa almeno è la versione ufficiale dello Spla. Forse c'è altro, difficile saperlo. Ma se fosse solo questo, sarebbe la conferma che i nervi sono scoperti in entrambi gli eserciti, tra i soldati semplici come tra gli ufficiali. E il rischio che quindi la situazione sfugga di mano ai comandi a Khartoum e Juba c'è: nessuno dei due eserciti è famoso per la disciplina interna e scontri simili potrebbero ripetersi. Di portata limitata, certo, ma se si sommano l'uno all'altro e i flashpoint diventano quindi molti, distribuiti lungo tutto il lungo confine, quanto tempo ci metteranno i governi decidere o a essere trascinati in una guerra vera e propria?

Non molto temo, soprattutto se, come ha riferito Thabo Mbeki al Consiglio di Sicurezza (che dal canto suo sta valutando l'imposizione di sanzioni contro entrambi i  paesi), gli hardliners stanno guadagnando terreno in entrambe le capitali.