martedì 5 luglio 2011

Nuovo stato, vecchie sfide

Posto qui l'articolo sul Sudan che ho scritto per il nuovo volume di Limes, appena uscito, dedicato alle "(Contro)rivoluzioni in corso".


Domenica 5 giugno, verso sera, le agenzie di stampa battono una notizia: colpi d'arma da fuoco sarebbero stati sentiti a Um Dorein, nello stato nord-sudanese del Kordofan meridionale. Il giorno dopo, notizie di combattimenti arrivano anche da Kadugli, la capitale dello stato che include entro i suoi confini i Monti Nuba. In entrambe le città sarebbero in corso degli scontri tra le Forze armate sudanesi (Sudan armed forces, Saf) e i soldati dell'Esercito per la liberazione popolare del Sudan (Sudan people's liberation army, Spla). Ovvero l'ex esercito ribelle sud-sudanese, diventato dopo il trattato di pace (Comprehensive peace agreement, Cpa), firmato nel gennaio 2005 a Nairobi, l'esercito regolare del Sud Sudan. 
Per qualche giorno le notizie rimangono frammentate e confuse. Sulle prime nessuno dei due partiti che dominano la scena politica in Kordofan meridionale – il Partito del congresso nazionale (Ncp) del presidente della repubblica Omar Hassan al-Bashir e il braccio settentrionale del partito di governo in Sud Sudan, il Movimento per la liberazione popolare del Sudan (Splm) – si sbilancia, evitando di confermare e commentare le notizie che arrivano da Kadugli. Ben presto però, mentre gli scontri continuano per diversi giorni consecutivi e la popolazione delle città, a decine di migliaia, inizia a lasciare le proprio case per trovare riparo nelle aree rurali, sulle colline che formano i Monti Nuba oppure dirigendosi, spesso a piedi, verso nord, i toni si alzano drasticamente, con scambi di accuse e minacce tra i due leader locali: il governatore Ahmed Haroun, quota Ncp, appena riconfermato alla guida dello stato e sulla cui testa pende un mandato di cattura internazionale spiccato dal Tribunale penale internazionale dell'Aja per il ruolo avuto nel conflitto in Darfur, e il suo ex vice governatore, l'Splm Abdel Aziz al-Hilu, leader politico e militare dei nuba nell'ultima fase della guerra civile che dal 1983 al 2005 ha insanguinato i rapporti tra Nord e Sud Sudan. A richiamare alla mente le memorie di una guerra che, soprattutto durante gli anni Novanta, sui Monti Nuba è stata particolarmente cruenta sono le notizie che riguardano la sicurezza, o meglio l'insicurezza, dei civili: ricerche e rastrellamenti casa per casa, Saf e milizie che prendono di mira anche le chiese e i compound dell'Onu in cui parte della popolazione inizialmente ha trovato rifugio, Antonov che volano sull'area. Mentre le organizzazioni della società civile iniziano a parlare di “violenza in aumento”, di caccia ai civili “come fossero animali” e di elicotteri che sparano sulla popolazione in fuga1, i bollettini dell'Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari dell'Onu (Ocha) pubblicati al termine della prima settimana di scontri parlano di 30-40mila persone che hanno già lasciato Kadugli e di altre città poco lontane dalla capitale ormai “deserte”2.
Che il Kordofan meridionale potesse tornare a essere uno dei punti più caldi e critici dell'intero Sudan era purtroppo previsto. Stato importante per il Nord, perché include campi petroliferi che sono a tutti gli effetti territorio settentrionale e che quindi non sono mai stati oggetto di divisione e contesa con la parte sud del paese, il Kordofan meridionale si trova anche geograficamente in una posizione strategica: confina con il Darfur meridionale, dove ancora il conflitto non è risolto, ma confina anche sia con gli stati meridionali di Unity e dell'Alto Nilo, a loro volta importanti per la produzione petrolifera sud-sudanese, sia con l'area contesa di Abyei, quella che è stata definita in passato “il Kashmir sudanese”. Non solo: i nuba, popolazione a tutti gli effetti africana, che per decenni ha combattuto al fianco del Sud nella guerra civile e presso cui quindi lo Splm è particolarmente forte, costituiscono una buona parte della popolazione dello stato, che per il resto è abitato da popolazioni arabe, tra i cui i missiriyya che gravitano anche, stagionalmente, sull'area di Abyei. Essendo stati attivi nella guerra civile, molti nuba hanno continuato anche in questi anni di pace a far parte dello Spla. Come durante il conflitto. Solo che nel frattempo la pace del 2005 ha stabilito che da esercito ribelle lo Spla diventasse esercito regolare di quel Sud di cui il Kordofan meridionale non fa parte.
La ragione degli scontri di inizio giugno sta anche in questa contraddizione, comune peraltro a un altro stato settentrionale, quello del Nilo Azzurro, anch'esso abitato in parte da popolazioni africane che hanno combattuto a fianco del Sud e che continuano a sostenere lo Splm, oltre che a far parte dello Spla. Ma mentre in Nilo Azzurro lo Splm ha vinto le elezioni dell'aprile 2010 e governa quindi con Malik Agar, ex comandante militare dello Spla nella parte più meridionale dello stato e tra i principali leader del partito, in Kordofan meridionale le elezioni, rinviate per divergenze tra Ncp e Splm sui risultati del censimento generale del 2009, si sono tenute solo a inizio maggio scorso. Abdel Aziz al-Hilu è uscito sconfitto, ma non ha riconosciuto i risultati, accusando lo Ncp e Ahmed Haroun di aver commesso brogli. Dalla pubblicazione dei risultati definitivi, che sono invece stati giudicati credibili dal Carter Center, unica presenza internazionale a vegliare sullo svolgimento delle elezioni, la tensione è andata crescendo. Alimentata anche dall'ultimatum che le alte sfere delle Saf hanno rivolto alle forze dello Spla nel Nord: entro il 1° giugno, è stato detto all'esercito meridionale, tutti gli effettivi Spla presenti a nord del confine tra le due regioni dovevano essere richiamati a sud, per evitare di essere disarmati con la forza. La risposta di Juba non si è fatta attendere: quelle truppe presenti negli stati settentrionali non sono più da considerarsi Spla e sono a tutti gli effetti cittadini settentrionali, quindi non si può chiedere loro di trasferirsi in quel Sud che il 9 luglio diventerà uno stato indipendente.
Ed è proprio l'avvicinarsi di quella data che ha precipitato le cose. Dal 9 luglio in poi il Sudan come l'abbiamo conosciuto in tutti questi anni non ci sarà più, “sostituito” da due stati indipendenti. La secessione e l'indipendenza del Sud Sudan è stata scelta dal 98% dei suoi cittadini in un referendum per l'autodeterminazione della regione che si è tenuto tra il 9 e il 15 gennaio 2011. A sei anni esatti dalla firma del Cpa che lo aveva previsto, il referendum è stata una festa: milioni di sud-sudanesi, anche negli angoli più remoti e poveri della regione, che da sola è grande due volte l'Italia, si sono messe in fila sotto il caldo sole di gennaio per scegliere il proprio futuro. Era uno dei motivi, forse il principale, per cui molta gente comune nei decenni precedenti si era unita alla lotta. Ed è anche per questo che il referendum è stato pacifico, ordinato, orgoglioso al di là di ogni più rosea previsione.
Soprattutto, in occasione del voto di gennaio il Sud Sudan si è dimostrato unito e determinato nel sostenere una scelta che era di tutti: Splm, che nella regione è il partito di maggioranza e di governo, gente comune, opposizioni. In realtà però il Sud Sudan non è unito. Le divisioni tra comunità e tra gruppi di potere sono sempre state profonde e in molti casi sono state esacerbate dalla guerra civile, che è stata combattuta anche all'interno del Sud, tra diversi gruppi armati e milizie, spesso facendo leva sulle appartenenze tribali o claniche per mobilitare il proprio gruppo contro l'avversario. L'unico elemento veramente unificante era la volontà di ottenere l'indipendenza dal Nord, dipinto spesso come il nemico comune da cui liberarsi, anche se diversi gruppi ribelli meridionali, durante la guerra, si erano alleati con Khartoum per ricevere armi, addestramento e sostegno nella loro lotta contro lo Splm/a.
Parte di queste fratture sono riemerse negli ultimi mesi, a referendum avvenuto. Consapevole di quanto le divisioni politiche e militari potrebbero pesare sul futuro del paese, ad ottobre 2010 il presidente sud-sudanese Salva Kiir aveva convocato a Juba una conferenza per il “dialogo Sud-Sud”, a cui avevano partecipato molti partiti politici di opposizione, rappresentanti della società civile e leader religiosi. In ottemperanza alla road map uscita da quella conferenza, subito dopo la pubblicazione dei risultati del referendum e quindi ormai in vista dell'indipendenza, Kiir ha creato un “comitato di revisione costituzionale” con il compito di creare, attraverso un percorso condiviso con le opposizioni e la società civile, le basi per un nuovo governo il più inclusivo possibile. Ma le cose non sono andate così. Le nomine dei membri del comitato, gestite per lo più direttamente dallo Splm, hanno scatenato le proteste formali delle organizzazioni della società civile, perché a loro dire per nulla inclusive e rappresentative delle molte anime che compongono il panorama politico e sociale del Sud Sudan3. Quando poi la bozza di costituzione transitoria è stata resa nota a fine aprile, molte aspettative sono rimaste deluse. Quattro anni di periodo transitorio prima di nuove elezioni, molti poteri al presidente che può anche licenziare i governatori degli stati eletti dal popolo, la pena di morte, l'assorbimento d'ufficio di tutti i deputati e i ministri che prestavano servizio nel parlamento e nel governo di Khartoum e che quindi dal 9 luglio rimarrebbero senza lavoro: i motivi di perplessità su una bozza costituzionale che pare scritta a esclusivo vantaggio del partito di governo non mancano.
Come non mancano, nel neonato paese, le ribellioni armate. Alcune alimentate dall'insoddisfazione che le elezioni dell'aprile 2010 avevano scatenato. Nel selezionare i candidati, lo Splm non aveva lasciato molto spazio alla competizione tra i suoi membri. Così, molti Splm avevano deciso di candidarsi da indipendenti, sfidando i candidati ufficiali del partito. Tra loro anche il generale George Athor, ex alto ufficiale dello Spla, che si è candidato da indipendente per il posto di governatore dello stato di Jonglei e, uscito sconfitto da una consultazione a suo dire truccata, si è ammutinato contro il suo stesso esercito. Il cessate-il-fuoco che il presidente Salva Kiir era riuscito a negoziare con Athor è durato giusto il tempo di far svolgere in pace il referendum e avere i risultati ufficiali. A metà febbraio, Athor ha ripreso le armi contro il governo di Juba, muovendosi con i suoi uomini tra il nord dello stato di Jonglei e la parte meridionale di quello dell'Alto Nilo.
Ma la sua ribellione non è rimasta l'unica: negli ultimi mesi diversi altri gruppi si sono staccati dallo Spla per prendere le armi contro Juba4. In alcuni casi, come quello di Peter Gadet Yak nello stato di Unity, si è trattato di un replay di defezioni e guerre intestine vecchie di vent'anni. Gadet infatti era uscito dallo Splm/a nel 1991, all'epoca dello “split” guidato da Lam Akol e Riek Machar (oggi leader del partito di opposizione Splm-Democratic Change il primo e vicepresidente dello Splm e del Sud Sudan il secondo), che contestavano la guida troppo autoritaria di John Garang, il leader storico del movimento ribelle. Gadet è rimasto tra i capi delle milizie sud-sudanesi che, con i finanziamenti e l'appoggio di Khartoum, hanno combattuto contro lo Splm/a fino al 2006, quando molti di questi “altri gruppi armati”, come sono definiti nel Cpa, sono stati riassorbiti nello Spla. Ma dopo il referendum le divisioni sono riemerse.
Lo Splm ha a più riprese accusato Khartoum di essere di nuovo dietro alle ribellioni armate contro il governo sud-sudanese. L'Ncp ha ripetutamente smentito qualsiasi coinvolgimento, ribadendo che il Nord preferirebbe avere un Sud stabile come vicino. Ma gli eventi delle ultime settimane non sembrano confermare questa linea. Perché alcune settimane prima dello scoppio della crisi in Kordofan meridionale, era stato il turno dell'area di Abyei ad accendere i riflettori sulle molte questioni ancora irrisolte nel rapporto tra Nord e Sud Sudan. Dopo mesi di tensione crescente, il 21 maggio gli uomini delle Saf hanno attaccato Abyei e hanno assunto il controllo della città. Contemporaneamente, a Khartoum, il presidente Bashir ha “licenziato” l'amministrazione transitoria, via decreto. Due mosse arrivate in risposta a una sparatoria avvenuta il giorno prima: uomini dello Spla avevano attaccato un convoglio di truppe Saf, scortato dai caschi blu della forza Onu in Sudan (Unmis), causando almeno 22 morti.
Così la crisi di Abyei ha ripreso quota. Anche in questo caso le principali vittime della crisi sono stati i civili. Secondo i dati di Ocha, al 9 giugno gli sfollati che avevano lasciato l'area dirigendosi verso sud, a stagione delle piogge già iniziata, erano stati circa 100mila5. All'emergenza umanitaria si aggiunge lo stallo politico. Perché nonostante il Cpa prevedesse un protocollo ad hoc su Abyei, la questione non è mai stata realmente risolta. Abyei è un'area piccola, se comparata alle immensità sudanesi. Ma strategicamente importante, da più punti di vista. Per anni, da qui è partita buona parte del petrolio sudanese. In realtà la produzione di Abyei sembra aver già raggiunto il proprio picco e ha iniziato a calare. Continuerà a farlo. Quindi, per quanto importante, il petrolio non basta a spiegare la crisi. Ci sono altre ragioni: nel protocollo del Cpa ad essa dedicato, Abyei è definita come “l'area abitata dai nove capitanati (chiefdoms) dinka ngok”. Ma ad Abyei non c'è solo questa popolazione, di origine sud-sudanese e che ha combattuto con lo Splm durante la guerra civile. Durante la stagione secca, l'area diventa destinazione e punto di passaggio della transumanza dei missiriyya, che dal Kordofan meridionale scendono verso (e attraverso) Abyei per accedere ai pascoli e all'acqua necessari per il sostentamento delle proprie mandrie. Secondo il Cpa, l'area di Abyei, sui cui confini in questi sei anni ci sono state continue divergenze e un ricorso alla Corte arbitrale dell'Aja, avrebbe dovuto scegliere tramite referendum se rimanere al Nord, di cui amministrativamente fa parte dal 1905, o se passare entro i confini del Sud. Un referendum parallelo a quello per l'autodeterminazione del Sudan meridionale che però è saltato, perché i governi di Khartoum e di Juba non sono riusciti a mettersi d'accordo su chi avesse diritto a votare: solo i dinka ngok, come vuole lo Splm, o anche i missiriyya, come sostiene l'Ncp?
Per entrambi i partiti, Abyei è importante anche politicamente, come e più del Kordofan meridionale. Molti missiriyya appoggiano l'Ncp, mentre sono diversi i leader dello Splm che vengono dall'area contesa. Ma oltre alla difesa degli interessi delle rispettive constituencies, ad Abyei è in gioco anche una questione di “proprietà territoriale”, che invece per il Kordofan meridionale non è in discussione. Per entrambe le capitali, Abyei è parte del territorio nazionale. Lo dà per scontato e l'ha ribadito diverse volte nelle settimane seguite all'inizio della crisi il presidente Bashir, ma lo dice, nero su bianco, anche la costituzione transitoria sud-sudanese, nelle stesse settimane approvata a Juba.
Abyei è forse il nervo più scoperto dei rapporti tra Nord e Sud. Ma non è l'unica questione ancora aperta. Il 9 luglio il Cpa scadrà. Così era stato deciso fin dall'inizio: un trattato di pace a tempo determinato, che affrontava tutta una serie molto articolata di nodi e di temi pendenti tra le due parti del paese, cercando di “curare” le radici del conflitto tra Nord e Sud e aprire a una nuova fase, pacifica, nei rapporti tra le due regioni, sia che il Sud diventasse indipendente, come poi è stato, sia che i suoi cittadini scegliessero di rimanere parte di un unico Sudan. Dopo il referendum e in vista della secessione del Sud, molte delle questioni si sono riaperte. Il confine tra Nord e Sud, che dovrebbe ricalcare quello amministrativo ereditato all'indipendenza, il 1° gennaio 1956, non è ancora completamente demarcato sul terreno, perché ci sono diversi punti controversi. Altrettanto controversa è la questione della nazionalità dei sud-sudanesi che rimarranno al Nord e dei nord-sudanesi che sceglieranno di restare al Sud: mentre Juba si è detta disposta a garantire la doppia nazionalità, Khartoum non ne vuol sentir parlare. Rimangono poi in sospeso diverse questioni di natura economica, dalla moneta del nuovo paese alla divisione dell'ingente debito estero accumulato in questi anni dal Sudan. I negoziati tra le parti hanno anche cercato di trovare un accordo sulle questioni di sicurezza, ma senza risultato, come dimostra l'esplosione della crisi in Kordofan meridionale.
Infine, il petrolio: il Cpa prevedeva che, nei sei anni transitori, il petrolio sud-sudanese, che costituisce circa il 75% della produzione del Sudan unitario, fosse spartito fifty-fifty tra Khartoum e Juba. Entrate petrolifere fondamentali sia per il budget del Sud, che vi dipende al 95% circa, che per quello del Nord, che negli ultimi dieci anni ha vissuto un boom economico alimentato proprio dalle esportazioni petrolifere. Diventando indipendente, il Sud non vuole più sentir parlare di “spartizione” del suo oro nero, mentre è disposto a pagare il dovuto per l'utilizzo delle infrastrutture petrolifere settentrionali (oleodotto, raffinerie, il porto sul Mar Rosso di Port Sudan), senza le quali non potrebbe esportare la propria principale fonte di entrate. Dal canto suo, però, Khartoum non è disposta a cedere facilmente e chiede di estendere l'accordo di spartizione previsto dal Cpa per altri sei anni.
Al momento in cui scriviamo, a meno di quattro settimane dal 9 luglio, tutti questi nodi rimangono irrisolti. A complicare le cose, gli sviluppi delle ultime settimane ad Abyei, in Kordofan meridionale e l'instabilità negli stati petroliferi sud-sudanesi di Unity e Alto Nilo, che confinano con il Nord. Qualche commentatore ha ventilato l'ipotesi che, a ridosso dell'indipendenza del Sud, il Nord voglia occupare le aree petrolifere sud-sudanesi o farle occupare e poi gestire dalle diverse milizie e gruppi ribelli attivi nella regione, in modo da mantenere il controllo della risorsa più importante del paese. Se così fosse, però, si tratterebbe di un azzardo estremamente pericoloso per Khartoum, che dopo il referendum in Sud Sudan sembrava avviata verso una normalizzazione dei rapporti con la comunità internazionale, a partire dagli Stati Uniti.
Quel che è certo è che gli eventi degli ultimi mesi e il rischio di una nuova guerra civile hanno distolto l'attenzione di tutti dalla situazione interna ai due stati. Infatti, il Sud dovrà cercare di creare o rafforzare nuove istituzioni statali e rispondere alle altissime aspettative della sua popolazione in termini di sicurezza, pace, sviluppo e servizi (scuole, dispensari, infrastrutture). Dal canto suo il governo di Khartoum esce indebolito dal distacco di una parte cospicua di territorio e la perdita delle entrate petrolifere rischia di alimentare una crisi economica che già all'indomani del referendum ha iniziato a farsi sentire. Il tutto mentre da nord, attraverso il Nilo e i deserti libici ed egiziani, continua a spirare, anche se per ora molto debolmente, il vento della Primavera araba. Nella necessità di ridefinire lo spazio politico e identitario della nazione, la tentazione di molti nelle fila dell'Ncp, che peraltro sembra essere piuttosto diviso al suo interno6, è di spingere per un “Sudan puramente arabo e islamico”. Una definizione che però acuirebbe le tensioni non solo con il braccio settentrionale dello Splm, dal 9 luglio in poi un partito a se stante, ma anche con tutti i gruppi e le popolazioni che in varie parti del Nord, dal Darfur all'Est, non si riconoscono e non si sono mai riconosciuti in quel binomio.

1ACT Alliance, “South Kordofan: reports of mass atrocities”, 10 giugno 2011, www.actalliance.org.
2United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs, “Southern Kordofan Situation Report no. 3”, 12 giugno 2011, www.unocha.org.
3Cfr. International Crisis Group, Politics and transition in the New South Sudan, Africa Report N° 172, 4 aprile 2011, www.crisisgroup.org.
4Per aggiornamenti sulle varie ribellioni sud-sudanesi, ma anche sui movimenti armati in altre parti del paese, dal Darfur all'Est, cfr. il sito del Sudan Human Security Baseline Assessment (HSBA), progetto gestito da Small Arms Survey, www.smallarmssurveysudan.org.
5United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs, “Abyei Crisis, Situation Report no. 12”, 9 giugno 2011, www.unocha.org.
6Cfr. International Crisis Group, Divisions in Sudan's ruling party and the threat to the country's stability, Africa Report N° 174, 4 maggio 2011, www.crisisgroup.org.

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