mercoledì 11 aprile 2012

Nuovi scontri nelle aree petrolifere. E il limbo legale dei sud-sudanesi in Sudan




Gli scontri al confine tra Sudan e Sud Sudan sono ricominciati. E questa volta lo Spla è riuscito ad assicurarsi il controllo del più importante campo petrolifero sudanese, quello di Heglig. L'ha confermato alla BBC lo stesso portavoce dell'esercito di Khartoum, il colonnello Khalid Sawarmi, ammettendo che le Saf sono state sconfitte. Naturalmente ci sono divergenze sulle ragioni dello scontro: Sawarmi ha detto che le truppe sud-sudanesi hanno attaccato per prime, il portavoce dello Spla, Philip Aguer, sostiene invece che i soldati di Juba hanno reagito a un attacco aereo del Sudan nelle aree petrolifere dello stato sud-sudanese di Unity.
Siamo alle solite, insomma. O quasi. Perché la conquista di Heglig da parte dello Spla non è cosa da poco: se anche dovesse dimostrarsi un fuoco di paglia e i soldati sud-sudanesi dovessero ritirarsi o essere respinti velocemente, l'azione di ieri ha comunque dimostrato a Khartoum che un'area strategica tra le più importanti del paese può essere presa facilmente. Ed è un'offesa all'orgoglio nazionale che il Sudan vorrà certo cercare di riparare, prima possibile. Le reazioni ufficiali vanno già in questa direzione: oggi Khartoum ha promesso di usare "tutti i mezzi legittimi" per riprendersi Heglig e ha annunciato il suo ritiro dai dialoghi di pace di Addis Abeba mediati da Thabo Mbeki per conto dell'Unione Africana. Contemporaneamente, Sudan Tribune riporta oggi la notizia che nel Nord sono iniziati i reclutamenti di giovani e la mobilitazione delle Popular Defence Forces (Pdf), le forze paramilitari tristemente note per il loro ruolo sia nella guerra Nord-Sud conclusa nel 2005 che nel conflitto in Darfur.

Gli scontri tra Saf e Spla a cavallo del confine non demarcato che divide i due paesi e gli stati petroliferi di Kordofan meridionale e Unity non è l'unica triste e preoccupante conseguenza del mancato accordo tra i due governi sui post-secession issues. Oltre che la questione petrolifera e quella confinaria, i dialoghi avrebbero dovuto risolvere anche la questione della cittadinanza dei sud-sudanesi rimasti nel Nord e dei sudanesi rimasti nel Sud. Non è successo e Khartoum, come aveva ampiamente annunciato, è passata all'azione: dal 9 aprile i sud-sudanesi ancora presenti nella Repubblica del Sudan hanno perso la nazionalità sudanese. Ma visti i ritardi e le inefficienze burocratiche di Juba, centinaia di migliaia (circa mezzo milione, dicono le stime) di persone non hanno neanche avuto modo di ottenere in tempo passaporti sud-sudanesi che possano provare la loro nazionalità. Praticamente apolidi: clandestini in Sudan, dove i più giovani sono nati e gli altri hanno vissuto decenni, ma senza documenti sud-sudanesi, in un limbo legale che durerà chissà quanto.

L'assurdità di questa situazione si è già mostrata in tutta la sua ampiezza: domenica 8 aprile centinaia di sud-sudanesi si sono recati all'aeroporto di Khartoum per prendere il volo verso Juba, ma non potendo dimostrare né identità né nazionalità non è stato loro permesso di fare il check-in. Bloccati in un paese che non li vuole, in cui da lunedì sono considerati stranieri, impossibilitati a tornare "a casa", in regioni e villaggi in cui molti di loro non hanno mai messo piede. E a complicare ulteriormente una situazione già difficile, per molte persone drammatica, arriva la notizia che tra un mese i voli diretti tra Khartoum e Juba potrebbero essere interrotti.

Nelle more della politica, della diplomazia e della burocrazia, che sono responsabili per questo stato di cose, c'è da sperare che anche l'applicazione della norma che esclude i sud-sudanesi dalla cittadinanza sudanese e ne raccomanda l'espulsione subisca ritardi e annacquamenti. Fin dall'epoca del Sudan anglo-egiziano, l'arte del ritardare qualsiasi decisione - nella quale i sudanesi sono considerati dei maestri - viene chiamata tajility (dall'arabo tajil, che significa ritardo, rinvio). E allora non rimane che condividere la conclusione dell'ultimo post di Magdi el Gizouli sul suo blog StillSUDAN (il neretto è mio):
A brilliant Khartoum journalist, Ajok Awad Allah-Jabo, herself an ethnic mix of southern and northern Sudanese descent, documented the concrete situation of the “voluntary repatriation Southerners” as she termed her kin, in a two parts report published recently in the daily al-Ahdath. According to her illustration, what is taking place in Khartoum is nothing short of forced expulsion. Armed policemen guard the collection locations, she visited Jebel Aulia south of Khartoum, and checkpoints litter the vicinity of the IDP camps where the stateless Sudanese reside to prevent their escape. Moreover, she discussed the ‘business’ of repatriation showing how northern and southern players, state organs and private entrepreneurs, connive to draw the most from the transport boom.
Last February Khartoum state ordered the popular committees, neighbourhood level governance structures also entrusted with petty security functions, to draw up lists of foreign residents, including ethnic South Sudanese, in the areas under their supervision and report violators. Sennar state, bordering South Sudan, followed Khartoum’s lead. The governor of Sennar, Ahmed Abbas, told a rally in al-Suki two days ago that he had instructed the localities in the state to implement the 8 April deadline without hesitation. Devolution of the authority over the fate of the South Sudanese resident in Sudan to the lower levels of administration and policing is certainly an ominous development with possibly unwelcome implications, particularly with the prevalent chauvinist, if not frankly racist, propaganda of al-Intibaha in mind. If tajility is to blame for the limbo in which the stateless Sudanese now find themselves further tajility combined with inefficiency of the state bureaucracy and the corruption of the police could possibly rescue them from the caprice of local administrators.

PS: La settimana scorsa International Crisis Group ha pubblicato un nuovo rapporto sul Sud Sudan, questa volta facendo il punto sui rapporti della Cina con il nuovo stato. E' una lettura interessante, che conferma quanto avevo già scritto qui. E aggiunge molti altri dettagli sugli interessi economici che legano i due paesi. Ulteriore conferma nella notizia, riportata oggi da Sudan Tribune, secondo cui la Cina potrebbe aver inviato armi a Juba. 

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