giovedì 15 marzo 2012

Da Kony2012 a Clooney: quanto serve questo tipo di attivismo made in USA?

Kony2012 sta spopolando. Il video, perfettamente confezionato da "Invisible Children", ong americana, con la dichiarata intenzione di cambiare la storia dell'Uganda e del mondo facendo arrestare lo storico leader del Lord's Resistance Army (LRA), Joseph Kony, è riuscito nel suo intento di diventare virale ed è stato già visto da più di 100 milioni di utenti. Un record assoluto. Che, secondo gli autori, dovrebbe costituire il primo passo per cambiare (appunto) la storia, invece di studiarla.


Dice proprio così, questo prodotto incredibilmente bello "esternamente" ma a dir poco approssimativo nei contenuti: "non studiate la storia, fatela!" E per farla, basta guardare il video, donare dei soldi e prendere il kit "Kony2012" (braccialetto, maglietta e gadgets simili). Questo avrà l'immediata conseguenza di portare all'arresto, entro l'anno (non ci dicono però la data esatta, mannaggia, volevo tenermi libera!) di uno degli uomini più ricercati del pianeta, da ventisei anni (26!) a capo di un movimento ribelle truculento e apparentemente senza finalità politiche. 

A chi si occupa più o meno direttamente e più o meno in prima persona di guerre africane, e del LRA in particolare, il video ha già fatto venire la pelle d'oca. Nessuno conosce Kony e quindi dobbiamo pubblicizzarlo per far sì che la pressione dell'opinione pubblica obblighi il nostro governo ad agire, sostengono gli autori. Ma è davvero così che funziona? Siamo sicuri che l'"international awareness" sia la molla prima per dare soluzione a crisi, guerre civili, situazioni incancrenite che durano da anni se non da decenni? E soprattutto siamo sicuri che l'approssimazione, il tratteggiare una situazione estremamente complessa come quella del LRA in una semplificata e semplicistica descrizione in bianco-e-nero serva veramente la causa? 

I commenti perplessi o nettamente negativi usciti in questi giorni sono moltissimi. Vorrei citarne qui alcuni che ho trovato particolarmente interessanti e che aprono una serie di altri interrogativi. Innanzitutto, condivido le parole di Giusy Muzzopappa sul blog del collettivo A.L.M.A.: studiare serve, eccome se serve. E serve farsi domande, cercare di capire come stanno le cose andando al di là dell'iniziale immagine in bianco-e-nero. In una parola, servono la storia e l'analisi. Ad esempio quella fatta dal sempre ottimo Alex de Waal, che spiega una serie di come e di perché della crisi, mettendoci anche - guarda un po' - qualche dato storico. Mi sembra particolarmente rilevante un passaggio, che mette in luce due aspetti (le difficoltà effettive di prendere Kony e i vantaggi che l'esercito ugandese ha dalla crisi) che il video di Invisible Children non sfiora nemmeno lontanamente: 

The problem hasn’t been that Kony isn’t well-known. Compared to the host of other rebel groups and militia that have inflicted comparable or greater destruction on the region over the last quarter century, he enjoys by far the highest profile. The problem is that he is hard to catch, and that his adversaries have too often colluded in keeping the war going.
The Ugandan army had an incentive for keeping the LRA alive and kicking – it justified a high defence budget and gave the generals plenty of opportunities for getting rich. Principle and profit have also driven Ugandan military adventurism across its borders.
Da leggere anche il commento di Mahmood Mamdani, professore della Makerere University di Kampala, pubblicato da Al-Jazeera English. Che ha aperto un acceso dibattito sia sul video in sé, sia sul suo possibile impatto sul "clicktivism", l'attivismo telematico via click, sempre più diffuso grazie al potere dei social networks (sul quale vi segnalo anche questo bell'articolo di Mimz, blogger e freelance sudanese). La puntata di "The Stream" sull'argomento è particolarmente interessante e vi consiglio vivamente di guardarla. 

Personalmente ho dei dubbi che questo tipo di attivismo, basato su informazioni semplicistiche e semplificate, sia davvero positivo. Sono d'accordo, ci mancherebbe, che l'informazione sia essenziale, che bisognerebbe dedicare una maggiore attenzione alle crisi internazionali e far sì che il pubblico possa farsi un'opinione. Ma sono altrettanto convinta, profondamente convinta, che questa informazione dovrebbe cercare di spiegare le complessità delle situazioni, di mettere in luce le sfumature e le questioni in gioco, non ridurre tutto al solito schema "buoni contro cattivi". Che è riduttivo e talvolta pericoloso. Condivido quindi fin nelle virgole il post di Dinaw Mengestu, in particolare il passaggio in cui dice che
Kony 2012 is the most successful example of the recent “activist” movement to have taken hold of celebrities and college students across America. This movement believes devoutly in fame and information, and in our unequivocal power to affect change as citizens of a privileged world. Our privilege is the both the source of power and the origin of our burden – a burden which, in fact, on closer scrutiny, isn’t really a burden at all, but an occasion to celebrate our power. Mac owners can help end the conflict in eastern Congo by petitioning Apple; helping to end the war in Darfur is as simple as adding a toolbar to your browser. The intricate politics of African nations and conflicts are reduced to a few simple boilerplate propositions whose real aim isn’t awareness, but the gratifying world-changing solution lying at the end of our thirty-minute journey into enlightenment.

Il riferimento al Darfur è quantomai appropriato. La Save Darfur Coalition è un ottimo case-study di movimento di attivisti made in USA(anche se poi ha avuto ramificazioni in altri paesi) che ha fatto dell'awareness attraverso l'azione mediatica di star di Hollywood - da Mia Farrow ad Angelina Jolie passando per George Clooney - la propria ragion d'essere. Sull'onda dell'emotività, più che comprensibile nel caso degli eccidi commessi in Darfur, più che sulla base di studi e analisi approfondite. Nonostante l'enorme peso e diffusione avuta negli Stati Uniti, la crisi in Darfur non è certo risolta. Nel corso degli anni ci sono stati cambiamenti, sia negativi che positivi, ma quanti di questi cambiamenti sono merito dell'attivismo made in USA? Onestamente non lo saprei dire. E ho sempre avuto il dubbio invece che l'impostazione iniziale della campagna - i ribelli buoni, il governo di Khartoum cattivo, senza sfumatura alcuna - abbia in realtà deresponsabilizzato i movimenti ribelli della regione, complicando l'eventuale soluzione del conflitto. 

Non dubito delle buone, ottime intenzioni delle varie star. George Clooney è rimasto molto impegnato sul fronte sudanese, diventando il volto dell'Enough Project di John Prendergast, che (by the way) si occupa, oltre che di Sudan e Sud Sudan, anche di Uganda e LRA. A Juba in occasione del referendum per l'autodeterminazione del Sud Sudan, il 9 gennaio 2011, Clooney ci disse che era perfettamente consapevole che il suo essere lì quel giorno avrebbe fatto sì che i media occidentali, statunitensi e non, parlassero di un appuntamento elettorale importantissimo di cui altrimenti non avrebbero parlato. I giornali e telegiornali italiani gli diedero ragione. E quindi il referendum fu coperto, anche perché Clooney faceva ancora coppia con la Canalis, mentre i festeggiamenti per l'indipendenza del Sud Sudan, sei mesi dopo, passarono quasi sotto silenzio, visto che a luglio Clooney non tornò in riva al Nilo (ammetto che lo aspettavamo tutti. Anzi, tutte...). 

Proprio oggi un amico ha postato su Facebook un altro video con Clooney e Prendergast protagonisti. Questa volta sulla situazione sui Monti Nuba. Che è drammatica e va sicuramente pubblicizzata. Se ne deve parlare, è vero, e sarebbe bene che il mondo si accorgesse di quello che sta succedendo in Kordofan meridionale e nel Nilo Azzurro. Prima che diventi un altro Darfur in quanto a numero di vittime, sono d'accordissimo anche su questo. Ma sebbene meno approssimativo di Kony2012, il breve video di Clooney già presenta alcune delle semplificazioni tipiche con cui si descrivono solitamente le guerre sudanesi. Almeno però ha il merito di far parlare la gente del luogo (mentre nel caso di Kony2012, la proiezione del video qualche giorno fa a Lira, in Nord Uganda, ha fatto molto arrabbiare gli spettatori).

Al di là delle approssimazioni e delle semplificazioni, quel che mi lascia perplessa è anche il senso di onnipotenza che pare trasparire dalle parole e dagli atteggiamenti scelti da molte campagne di attivisti. Un elemento che traspare anche dal pezzo di Mengestu citato prima. Take action, make history. Come se solo ed esclusivamente l'intervento americano - politico e militare, spinto da un'opinione pubblica consapevole e mobilitata - potesse risolvere qualsiasi crisi per il solo fatto di esserci. Arriva la cavalleria, insomma. 

A guardare meglio, ci si renderebbe conto che ci vuole ben altro, perché dare soluzioni che siano effettivamente durature e sostenibili, che si traducano in pacificazioni reali sul terreno e non in embrioni di nuove crisi future è un lavoro lungo, difficile, accidentato, tutto in salita. E che purtroppo spesso non dà i risultati sperati neanche dopo anni di negoziati, per quanto seri e articolati possano essere. 

2 commenti:

  1. Ottima analisi, con la quale mi trovo pienamente d'accordo.
    Senza rischiare di sembrare il solito anti-americano con sentimenti no-global, credo sia evidente a tutti che in Africa il sistema Americano composto da imprese-star system-ONG-donatori-aiuto pubblico-presenza militare sia un fronte sempre piu compatto e coordinato. Enough Project e' proprio uno di questi fronti. Proprio due settimane fa era infatti uscito un rapporto di Enough (all'apparenza piu serio e con piu analisi del video Kony 2012) nel quale si arrivava alle stesse conclusioni: per risolvere il conflitto ci vuole l'intervento militare americano e una politica di cooperazione, guarda un po', simile a quella di Invisible Children.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie per il tuo commento, Ludo. Arrivando dal terreno è particolarmente importante! un abbraccio

      Elimina